Anno 2020

Locandina Liberamente rielaborato e sintetizzato dal capitolo IX del catalogo della mostra in Castelvecchio

“Dante a Verona”e dall’Estratto  Casa di Pietro di Dante in Verona di Giulio Sancassani in “Atti e Memorie dell’Accademia di  Agricoltura Scienze e lettere di Verona”, Anno Accademico 1971-1972 – Serie VI – Vol.XXIII.

 

BREVE PROFILO DI PIETRO DI DANTE E NOTIZIE DEI SUOI DISCENDENTI

 

Pietro di Dante nacque in un anno imprecisabile prima del 1300.

Dopo essere stato accolto ancora bambino nella corte scaligera insieme al padre, in seguito al bando da Firenze, Pietro, primogenito di Dante, ritorna a Verona nel 1332.

Il documento che appare nella locandina datato 19 maggio 1332 è il primo, di quelli conservati nel patrimonio dell’Archivio, che attesta la presenza di Pietro a Verona dove, dal 1335, esercita le  funzioni di giudice e delegato generale del Podestà di Verona, Guido da Correggio, nominato per il primo semestre 1331 e  con il quale Pietro pare avesse stretto una solida amicizia a Bologna.

Domini Petri de Aligeriis, iudicis et generalis dellegati domini Guidonis de Coregia, potestatis [Verone].

Tra i familiares di Guido troviamo appunto il figlio di Dante che, nel 1332-35, sarà gratificato di notevoli incarichi. Il primo atto veronese di Pietro data 11 marzo 1332, allorché istituisce proprio procuratore, per le note pendenze familiari fiorentine, il cugino Nicolò di Foresino Donati. Del 19 maggio successivo è il primo di una lunga serie di atti che, per circa un trentennio testimoniano di un’attività giuridica svoltasi quasi ininterrottamente a Verona: tranne infatti brevi assenze per motivi istituzionali, la sua presenza a Verona si protrae fino al 1362, come ci documenta l’atto notarile dell’elezione dell’abate del monastero di San Zeno dell’8 agosto di quell’anno.

Dopo l’esperienza al fianco di Guido Da  Correggio, terminata nell’ottobre 1335, Pietro viene assunto stabilmente nei ranghi del Comune di Verona, come mostra un documento del 13 novembre 1335. Per concorde opinione degli studiosi, in quello stesso anno il figlio di Dante sposa Jacopa di Dolcetto di Giovanni di Salerno, detto della Seta, cospicuo mercante oriundo pistoiese, che presumibilmente per gli odi di parte aveva dovuto esulare a Verona nel 1306. Onde disfarsi di un possibile impedimento al matrimonio il 31 marzo 1335 Pietro, com’era d’uso tra i chierici in caso di «uxorationem vel coniugationem», rinuncia al canonicato di cui godeva sulla chiesa veronese di Sant’ Andrea di Sandrà.

Ancora il 30 aprile 1337  Pietro è «iudex maleficiorum comunis», nella scomoda posizione di teste alla fondazione della veronese Università dei Cittadini, una società di creditori del Comune di Verona, prestatori di ingenti somme a Mastino II della Scala al fine di finanziarne la guerra contro Firenze; un atto del 19 luglio 1358 ce lo mostra accanto al noto grammatico locale Gidino da Sommacampagna, quando Pietro doveva essere ormai piuttosto in là con gli anni. Peraltro, non solo l’età ma l’aprirsi di una nuova tragica congiuntura politica indusse Pietro a ritirarsi quasi completamente a vita privata: il 14 dicembre 1359 Cangrande II cadeva per mano del fratello Cansignorio. Nel 1361, in compenso dei lunghi e operosi anni passati in servizio nell’attività forense a Verona, il Comune gli concesse l’iscrizione al locale Collegio dei giudici e, per tale via, la cittadinanza. Fu questa probabilmente l’ultima soddisfazione personale dell’ormai anziano figlio del sommo poeta.

Intensa fu quindi la sua attività pubblica tanto che la CLXVIII posta statutaria degli Statuti di Cangrande contro il lusso sfrenato delle donne risulta concordato tra Pietro e il suo amico e collega Guglielmo da Pastrengo.

Dopo aver abitato in affitto a San Tomìo, si trasferisce a San Giovanni in Foro e da ultimo in Santa Maria in Chiavica. Nel 1353 acquista i primi due appezzamenti di terreno a Gargagnago di Valpolicella che formeranno il nucleo originario dei più vasti possedimenti che i suoi discendenti riusciranno ad acquistare in seguito.

Lasciata la città scaligera Pietro muore a Treviso nel 1364.

Da Pietro trasse origine il ramo veronese degli Alighieri, che si estinse in linea maschile con il canonico Francesco da cui discesero i Serego-Alighieri di  San Fermo attraverso il testamento del 1558 che lega il suo patrimonio e il cognome Alighieri a Pier Alvise Serego, nato da Marcantonio Serego e da Ginevra Alighieri, figlia di Pietro IV.

Dalla moglie Jacopa Pietro ebbe otto figli: Dante II, Bernardo, Jacopo, Antonia, Isabetta, Alighiera, Gemma e Lucia.

Queste tre ultime furono monache nel monastero di San Michele in Campagna e Lucia fu anche badessa; le altre due femmine si sposarono.

Non si hanno notizie di Jacopo mentre si sa che Bernardo divenne notaio ed ebbe almeno un figlio.

Dante II sposò Costanza Maccacaro ed ebbe tre figli.

Dante II testa nel 1428, disponendo di essere sepolto nella tomba di famiglia in Sant’Anastasia, lasciando diversi legati ed erede universale il figlio Leonardo, cosa che fa presumere che l’altro figlio, Pietro II, fosse premorto.

Leonardo sposa Jacopa Verità da cui ebbe cinque figli: Pietro III, Giovanni, Clara, Isabetta e Costanza. Nel suo testamento del 17 settembre 1439, dopo aver disposto che la sua sepoltura fosse nella solita tomba di famiglia, dota le tre figlie, e nomina eredi universali i due figli, Pietro di  14 anni e Giovanni di 12, sotto la tutela materna e del notaio Battista Cendrata.

Pietro III rimasto, alla morte del fratello Giovanni, unico erede, si sposta dalla Contrada di Chiavica a quella di San Fermo, dove gli Alighieri rimarranno d’ora in poi.

 

 

 

BREVI NOTIZIE DELLA CASA DI PIETRO DI DANTE E DEI SUOI DISCENDENTI

 

Delle case abitate a Verona da Pietro non si sa quasi niente.

Nel 1362 però sappiamo con certezza che l’abitazione del figlio di Dante è individuata in contrada della Chiavica in cui Pietro e i suoi discendenti rimarranno fino alla metà del secolo XV.

Nell’archivio Serego-Alighieri, custodito dai discendenti della famiglia in Gargagnago di Valpolicella, si è rinvenuto un istrumento notarile di compravendita, pergamenaceo, datato 22 febbraio 1453, dal quale si apprende che Pietro III Alighieri di Leonardo pronipote di Pietro giudice, che aveva da poco trasferito la sua abitazione nella contrada  di San Fermo, vende per 950 ducati d’oro a Francesco Pellegrini una casa di sua proprietà e i diritti su di una ex casatorre che aveva avuto in affitto con diritto di riscatto da un mercante certo Bonafin Bonafini, situate appunto in contrada di Santa Maria in Chiavica.

Si tratta di una casa di muro, coppi e solai con corte, pozzo e due ingressi da carri uno di fronte all’altro.

L’altra è una ex casatorre di muro, coppi e solai, adiacente alla casa già descritta, la quale su due lati confina con la via pubblica e con gli altri due con la stessa casa già descritta.

L’istrumento notarile è originale e venne rogato dal notaio Bonaventura Corfini del fu Dionisio della contrada di San Pietro in Carnario.

La descrizione consente di ubicare con buon margine di certezza i due fabbricati che furono abitati da Pietro Alighieri e dai suoi discendenti.

Anzitutto è necessario delimitare i confini della contrada di Santa Maria in Chiavica, che erano e sono i seguenti: dal vicolo Cavalletto seguendo il corso Sant’Anastasia, e oltre l’omonima chiesa, fino all’Adige, e da via Sottoriva per via Santa Maria in Chiavica fino al vicolo Cavalletto, lato est, compreso.

Poichè uno dei confini delle due case è la via del Corso, oggi corso Sant’Anastasia, occorre cercare le abitazioni nel tratto del corso stesso compreso fra vicolo Cavalletto e via San Pietro Martire.

Attraverso la visura di vecchie mappe catastali alla descrizione riportata corrisponde esattamente l’attuale Palazzo Bevilacqua in Corso Sant’Anastasia, 38, situato sull’angolo del Corso, prospiciente con la facciata principale sul Corso stesso e con l’altro lato sulla via S. Pietro Martire, davanti alla piazzetta della Chiesa di Sant’Anastasia.

Quelle che erano un tempo due case ben distinte, (una era una ex casatorre proprio sull’angolo), sono state unite, anche sotto l’aspetto stilistico di casa rinascimentale, conforme a un progetto del ben noto arch. Ronzani dell’anno 1847, però all’esterno sotto gli intonaci dell’ex casatorre si intravvedono conci di tufo e di cotto del periodo romanico; intatta poi  è la plateola, la piazzetta pubblica, ora corticella Dietro Chiavica, retrostante al palazzo e il cortile con i due opposti portali e il pozzo, la cui vera venne posta dai Bevilacqua mentre gli interni risentono tuttora, almeno nel solaio, del dislivello che esisteva fra l’ex casatorre e l’altro edificio, che in origine era molto più basso.

Come si è detto Pietro III Alighieri, che in quel momento aveva 28 anni, alienò la sua proprietà con i diritti sull’ex casatorre d’angolo nel 1453 a Francesco Pellegrini.

Il Pellegrini non solo non si mosse dalla sua contrada di abitazione, che era quella di Santa Cecilia, per andare ad occupare le case acquistate in Santa Maria in Chiavica, ma molto presto cedette le case avute dall’Alighieri a Guglielmo Bevilacqua da San Michele alla Porta.

 

 

Verona, 29 maggio 2020

In ricordo di Franca Rame, a Londra

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